venerdì 15 luglio 2011
I solitari (Hommage à Mary et James, fidèle visiteurs français)
provano la voluttà divina di essere solitari.
La loro castità ha pena dell'ebbrezza delle coppie
della stretta di mano, dei passi dal ritmo lieve.
Coloro che nascondono la fronte nei lenzuoli funerari
sanno la voluttà divina di essere solitari.
Contemplano l'aurora e l'aspetto della vita
senza orrore, e chi li compatisce prova invidia.
Coloro che cercano la pace della sera e dei lenzuoli funerari
conoscono la spaventosa ebbrezza di essere solitari.
Sono i beneamati della sera e del mistero.
Ascoltano nascere le rose sottoterra
e percepiscono l'eco dei colori, il riflesso
dei suoni...Si muovono in un'atmosfera grigio-viola.
Gustano il sapore del vento e della notte,
hanno occhi più belli delle torce funerarie.
Ceux qui cape feuilles pour les funérailles
prouver le plaisir divin d'être seul.
Leur chasteté est l'intoxication la valeur de paires
de la négociation, le rythme des petits pas.
Ceux qui cachent leur visage dans les funérailles des feuilles
Dieu sait le plaisir d'être seul.
Contemplez l'aube et l'apparition de la vie
sans horreur et de pitié ceux qui tentent de l'envie.
Ceux qui cherchent la paix du soir et le linceul
connaître le frisson d'être terrifiante solitude.
Ils sont les bien-aimés de la soirée et de mystère.
Ils écoutent les roses naissent sous terre
et de percevoir l'écho des couleurs, la réflexion
sons ... Ils se déplacent dans un gris-violet.
Savourez le goût du vent et de la nuit,
avez de beaux yeux des torches funéraires.
Ho scelto te
Nel silenzio della notte,
io ho scelto te.
Nello splendore del firmamento,
io ho scelto te.
Nell’incanto dell’aurora,
io ho scelto te.
Nelle bufere più tormentose,
io ho scelto te.
Nell’arsura più arida,
io ho scelto te.
Nella buona e nella cattiva sorte,
io ho scelto te.
Nella gioia e nel dolore,
io ho scelto te.
Nel cuore del mio cuore,
io ho scelto te.
E sto abbracciato a te
giovedì 14 luglio 2011
Solitudine
e a nessuno puoi dirlo
perché nessuno ti capirebbe.
Quando la tua voce tra tante
è inascoltata perché nessuno
vuole sentire e tu gridi fino
a sentir il pulsare del cuore
nelle tempie.
Quando sai che qualcosa
che nel cuore culli e proteggi
ti appartiene e mani rapaci
dalla tua anima la rubano
come da chiesa di notte aperta
e dimostrarlo non puoi
perché di te riderebbero.
Quando la tua voce si perde,
allora ti accorgi che sei solo.
Altro non hai che una mente
dove echeggia la voce
delle tue ragioni,
dove urlanoi tuoi perché irrisolti.
Sul muro che ti circonda,
l’ombra irridente della solitudine
nuova compagna che a complice
follia ti guida e tra le sue mani
la mente tua distrutta depone.
Perché a volte già “adesso” è troppo tardi.
Bisognerebbe sempre “ascoltare” le parole che diciamo e quelle che ci vengono dette. Il timbro della voce, quella risata, l’eco di quel “ti amo”, di quel “ti voglio bene”, prestare attenzione a quel semplice “come stai?”. Contengono quasi sempre sussurri dell’anima che non sappiamo cogliere.
Bisognerebbe ascoltare e incidere nell’anima quei piccoli sussurri in dono, che distrattamente non ascoltiamo. Non dovremmo viverli distrattamente perché potrebbe essere che non la sentiremo più quella voce, che non rivedremo più quel volto e non riceveremo più in dono “altri sussurri di parole”. E dire dopo mi dispiace sarà troppo tardi. Perché a volte già “adesso” è troppo tardi.
Non dire per cosa vieni

Non dire per cosa vieni. Lasciami
indovinare dalla polvere dei tuoi capelli
che vento ti ha mandato. È lontana la
tua casa? Ti do la mia: leggo nei
tuoi occhi la stanchezza del giorno che ti
ha vinto; e, sul tuo volto, le ombre
mi raccontano il resto del viaggio. Dai,
vieni a dar riposo ai tormenti del cammino
nelle curve del mio corpo – è una
meta senza dolore e senza memoria. Hai
sete? Avanza dal pomeriggio solo una
fetta d’arancia – mordila nella mia
bocca senza chiedere. No, non dirmi
chi sei né per che cosa vieni. Decido io.
Marc Chagall- Lettera d'amore per Vavà
Quando laggiù gli alberi minacciano
E il cielo vanisce in lontananza
I tuoi occhi mi toccano
Quando ogni passo si perde sull'erba
Quando ogni passo sfiora le acque
Quando le onde mi fervono in testa
E dall'azzurro qualcuno mi chiama
Con te io sono giovane
Cadono i miei anni come foglie
E qualcuno colora le mie tele
Allora esse brillano di te
E sul tuo volto il sorriso è radioso
Più chiaro assai delle nubi più chiare
Allora io corro dove sei
Dove mi pensi e dove mi attendi
M'infiamma il desiderio
mercoledì 13 luglio 2011
È ridicolo
che gli uomini di domani
possano essere uomini,
ridicolo pensare
che la scimmia sperasse
di camminare un giorno
su due zampe
é ridicolo
ipotecare il tempo
e lo é altrettanto
immaginare un tempo
suddiviso in piú tempi
e piú che mai
supporre che qualcosa
esista
fuori dall'esistibile,
il solo che si guarda
dall'esistere.
Rinvii
martedì 12 luglio 2011
Diane Arbus

Se io fossi semplicemente curiosa, mi sarebbe assai difficile dire a qualcuno: “Voglio venire a casa tua, farti parlare e indurti a raccontare la storia della tua vita”, voglio dire che mi direbbero: “Tu sei matta”. E in più starebbero molto sulle loro. Ma la macchina fotografica dà una specie di licenza. Tanta gente vuole che le si presti molta attenzione, e questo è un tipo ragionevole di attenzione da prestare.(D. Arbus)
Quelli che nascono mostri sono l’aristocrazia del mondo dell’emarginazione… Quasi tutti attraversano la vita temendo le esperienze traumatiche. I mostri sono nati insieme al loro trauma. Hanno superato il loro esame nella vita, sono degli aristocratici. Io mi adatto alle cose malmesse. Intendo dire che non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io. (D. Arbus)
Diane Arbus (nata Nemerov) , fotografa atipica, mito, suo malgrado.Nasce a New York il 14 marzo 1923, nella stessa città muore, suicida, il 26 luglio 1971.
Dopo essersi occupata di fotografia di moda, a seguito del marito Allan Arbus, la abbandona intorno al 1958 per diventare allieva di Lisette Model[1] alla New School di New York.
L’approccio alla fotografia di Diane Arbus ha similitudini con quello del fotografo tedesco August Sander molto lontano da quello legato al cosiddetto “attimo da cogliere” di Henry Cartier Bresson o Kertesz, tanto per fare due esempi. Tuttavia si differenziava da Sander, che aveva un approccio di catalogazione antropologica, per via della sua attitudine/necessità di “stringere” con i soggetti fotografati, entrare in contatto e indurli a una consapevolezza del ruolo.
Di Sander, la Arbus conosceva la sistematica metodologia analitica, finalizzata a una classificazione programmaticamente sociologica, ben lontana dal candore che, viceversa, traspare nelle sue intenzioni.
La sua tecnica fotografica privilegiava i soggetti, la loro concretezza ad ogni altra considerazione estetica o parametro tecnico quali l’illuminazione, la composizione, la messa a fuoco ecc. Unico comune denominatore tecnico, l’uso del medio formato quadrato con biottica e flash elettronico."Per me il soggetto di una fotografia è sempre più importante della fotografia. E più complicato. La stampa è per me importante, ma non è una cosa sacra. Penso che la foto è importante per ciò che rappresenta. Voglio dire che deve essere una foto che rappresenta qualche cosa. E ciò che essa rappresenta è più importante di ciò che essa è". (DArbus)