lunedì 21 settembre 2009

da “Una donna”, di Sibilla Aleramo





…Mi portò a casa un grosso fascicolo di carta bianca,
che guardai sentendo il rossore salirmi alla fronte.
Fino a quel punto poteva giungere l’incoscienza? Ma
qualche giorno dopo, mentre il bambino era dalle
mie sorelle nel tiepido pomeriggio autunnale, io mi
trovai colla penna sospesa in cima alla prima pagina
del quaderno. Oh dire, dire a qualcuno il mio dolore,
la mia miseria; dirlo a me stessa, anzi, solo a me
stessa, in una forma nuova, decisa, che mi rivelasse
qualche angolo ancora oscuro del mio destino!
E scrissi, per un’ora, per due, non so. Le parole
fluivano, gravi, quasi solenni: si delineava il mio
momento psicologico; chiedevo al dolore se poteva
divenire fecondo; affermavo di ascoltare strani
fermenti del mio intelletto come un presagio di
una lontana fioritura…

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