venerdì 18 settembre 2009

Leonor Fini in mostra a Trieste

Mi sono imbattuta in una pubblicazione c he parlava della mostra in Italia di questa artista, io di arte non ne so molto ma mi lascio guidare dalle emozioni, mi piace molto, non solo dal punto di vista artistico, sono affascinata dalla personalità della donna.

leonor_fini_1Max Ernst la definì “la furia italiana di Parigi” e c’era anche chi la chiamava, a quanto pare non a torto, “splendida diavolessa” e “sacerdotessa nera”: Leonor Fini, autorevole esponente della pittura surrealista del Novecento, si distinse infatti non solo per il talento indiscusso, quanto piuttosto anche per la personalità controversa, indomabile, decisamente fuori dagli schemi.

A circa 30 anni di distanza dall’ultima importante esposizione a lei dedicata, allestita all’epoca a Palazzo dei Diamanti a Ferrara, Trieste le rende ora omaggio con un nuovo appuntamento in grande stile: una ricca e composita retrospettiva che andrà avanti fino al 4 ottobre di quest’anno. Una mostra, questa, che non si limita, come sarebbe da tradizione, ad una classica scelta di dipinti e disegni: le eleganti sale del museo Revoltella infatti, per l’occasione, faranno da cornice a ben centocinquanta selezionatissimi pezzi fra tavole, lettere, volumi illustrati, fotografie. Una raccolta, insomma, che cercherà di attraversare le stagioni di una vita in arte avendo cura di ripercorrere i passi di quella che fu sì pittrice ma prima di tutto donna, regina dei salotti e, nel senso più letterale possibile del termine, diva.

Leonor Fini nacque a Buenos Aires nel 1907 e, ancora piccolissima, arrivò a Trieste al seguito della madre, una borghese di estrazione mitteleuropea in fuga da un matrimonio riparatore, effettivamente celebrato ma rivelatosi in breve tempo inutile e, dunque, insostenibile. Crescendo, quindi, Leonor si ritrovò a vivere respirando l’aria vivacissima di una città cosmopolita per eccellenza, anomalo crocevia culturale forgiato nella commistione di realtà diverse, in primis quella italiana e slava: vulcanica e insofferente alle convenzioni, frequentò Joyce, Saba, Svevo e anche i piccoli artisti locali, irresistibilmente affascinata dal nuovo e interessata, fra l’altro, alle discusse teorie freudiane che, secondo la geografia di quegli anni, arrivavano dalla parte orientale dell’ex Impero.

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Dopo aver scoperto la pittura, lasciò Trieste per Milano, che in seguito abbandonò come gesto di stizza in reazione ad un epico litigio con un’altra grande e conosciutissima donna di mondo che sapeva il fatto suo, Margherita Sarfatti. Trasferitasi a Parigi, ne fece il suo atelier a cielo aperto, sia in senso artistico che salottiero: ammiratrice sfegatata di Greta Garbo, visse fino all’ultimo alimentando il mito di se stessa e cercando sempre la luce dei riflettori, intrecciando una vita sociale intensissima con una produttività all’insegna del più continuo e ammirato clamore: i suoi quadri, onirici e d’effetto, si popolano di donne-gatto, giochi di specchi e di doppi, sfingi, femmine dominanti e maschi quasi assessuati.

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L’alta società faceva la fila per un suo dipinto, per anni riuscì a vendere e guadagnare molto più di Picasso e la sua arte, descritta da Jean Cocteau come “un soprannaturale che era per lei reale” fu definita da un altro amico che la conosceva bene, tale Ives Bonnefoy, “pittura ai limiti del nostro mondo”. Curiosissima del mondo, il mondo s’incuriosì per tutta una vita di lei: talentuosa sperimentatrice di nuove tecniche – dalle foto alla scenografia – illustrava personalmente i libri che le erano piaciuti e fu soggetto costante di poesie, racconti, addirittura di un film, “Leggenda crudele”.

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Elsa Morante, sua amica affezionata, scrisse “oh cara Leonor/mio bel gufo incantato/dove ti posi/l’aria diventa oro”. Una donna certamente non facile, Leonor Fini, libera, dominante e incantatrice, senza mezze misure e capace di slanci, nel bene e nel male, che dettero un gran daffare al gossip del suo tempo: collezionatrice instancabile di amanti, era libertina e necrofila, attratta dalla perfezione degli scheletri e si dice che, mentre dipingeva i suoi quadri “fatti di vertigine”, non fosse cosa rara vederla contorcersi e sentirla urlare grida liberatorie.

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Dunque un ricco e completo corredo di documenti che racconta, con vivacità, una donna egocentrica e particolarissima che s’impose con passione sulla scena artistica della sua epoca, allora tutta al maschile, conquistando artisti del calibro di Strehler, Magritte, Giacometti, Dalì ed arrivando ad esporre in vetrine mondiali prestigiosissime, esempio su tutti il MoMa di New York : adesso, a Trieste, la possibilità di conoscere a fondo questo talento, forse detestato, forse osannato, di certo incontenibile e tutto da scoprire.

4 commenti:

  1. il dipinto con lo sfondo marrone e lo scheletro è di Michel Henricot

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  2. Quindi saprai anche della frenquentazione dei due Artisti e che quello a destra è la versione della Fini del Voyageur IV di Henricot.

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  3. Dovresti? No, non e' obbligatorio.

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