
Betsabea sbocciò come una rosa d’acqua
e dal peccato nacque la saggezza
Quando il dolore diventa un arto su cui camminare, una mano per afferrare gli oggetti, una bocca nascosta che bisbiglia il vociare delle cose non dette,
quando questo accade
è come se gli occhi si moltiplicassero per due, passando al vaglio emodinamico le arterie.
Si ferma tutto, quasi il tempo non ne infettasse il senso.
Il corpo si riveste molle di uno spessore denso, che ne sdoppia i rami e le foglie, mettendo radici in un terreno diverso.
I frutti maturano il sapore intenso, che incarna dolciastro il retrogusto ferroso del sangue,
eppure il morso non lascia la sua malefica presa,
si aggrappa con gli artigli ad un’istintiva sopravvivenza come vino offerto alle fauci del silenzio.
Penzoloni tra passato e presente
acrobata di un niente sospeso
dalla fine all’origine di un sempre
inseguo il silenzio fin dentro le fosse
ai margini delle labbra sapide d’indigenza
il moto della luce è disuguale nella materia fluttuante dello sguardo
si accartoccia in anelli di fumo, si dilata nella miopia insicura del risveglio
è un vuoto immenso questa pienezza sgomenta di te.
“Eppure”
- una congiunzione avversativa mi sintetizza l’esistenza -
quando l’alba non ferisce lo sguardo
e la notte non sa più di attese
sembra quasi di accarezzare l’immensità indescrivibile del nulla
che lentamente mi conduce nella quiete della fine.
Salirei l’arcata del sopracciglio
sulle zampe incerte di un cervo
per appendermi alle liane delle ciglia
e berti le pupille in uno sguardo di rabbia.


Grazie infinite, Lisa, per l'attenzione e la cura che dedichi alle mie parole.
RispondiEliminaun abbraccio.
natàlia
Grazie a te.Credo che le tue parole, esprimano con chiarezza e grazia sentimenti viscerali.
RispondiEliminaUn abbraccio, lisa