venerdì 28 gennaio 2011

SENECA: la felicità



Cos’è la felicità? E’ conseguibile in questo mondo (come volevano Platone, Aristotele, Teofrasto e Cicerone) o in un ultraterreno (come pensavano Lattanzio e Agostino)? Seguendo l’etica stoica e in contrapposizione con la filosofia epicurea, Seneca sostiene che la felicità risiede non nel piacere ma nella virtù, in una vita conforme alla nostra natura, cioè secondo ragione. Polemizzando poi con coloro che accusano i filosofi di vivere bene, in contrasto con i loro insegnamenti, dice che il saggio, pur possedendo la ricchezza, non se ne cura, come non si cura del piacere, del dolore e della salute, ma che comunque preferisce prendere il meglio dalla borsa della Fortuna. Forse, in un mondo di contraddizioni, in cui va bene tutto e anche il contrario di tutto, la vera saggezza sta nella pura contemplazione e la vera felicità nel non aver bisogno di felicità.

Lucio Annèo Seneca nasce a Cordova intorno al 4 a.C. Avviatosi verso un ideale ascetico di vita, distolto dal padre, abbracciò il foro e la politica, prima sotto Caligola, poi sotto Claudio (che lo condannò all’esilio per il sospetto di adulterio) e sotto Nerone. Ricchissimo, fu oggetto di aspre critiche e venne anche citato in giudizio. Nel 65, coinvolto nella congiura di Pisone, si tagliò le vene. Di Seneca,la Newton e Compton ha pubblicato: L’ozio e La serenità, Come vivere a lungo e La provvidenza, e Guida alla saggezza.

Seneca fu un miscuglio d’identità e di realismo. Affascinato dalla morale stoica, la piegò alle esigenze della vita pratica, anche se in un primo tempo visse quasi da asceta, attenendosi, sotto l’influsso della dottrina pitagorica, ad un regime vegetariano, da cui lo distolsero il padre e il timore di poter essere confuso con gli ebrei quando Tiberio prese a perseguitare certe sette che si astenevano appunto dalla carne. Si tenne però sempre lontano dal vino e da altri cibi, come i funghi e le ostriche, che considerava uno stimolo all’intemperanza, un “invito a mangiare ancora quando si è già sazi” (Epist.ad Luc.,108,15 sgg). Disdegnava i profumi perché, diceva, “il miglior profumo è il non averne alcuno”, e riteneva una “cosa inutile e segno di ricercatezza cuocere il corpo e stancarlo col sudore” nelle terme: Omnis sudor per laborem exeat: “il sudore esca solo con la fatica”, cioè in modo naturale (op.cit.).

Se non fu un oceano di difetti, com’egli stesso si definisce (De vita beata, XVI,4), certamente ne ebbe molti, e molte furono le sue contraddizioni: si faceva l’esame di coscienza ogni sera (De ira, III, 36), mettendo a nudo i suoi peccati, e si esibiva come esempio insuperabile di vita. (Giusto Lipsio ha raccolto dalle sue opere tutti i passi in cui loda se stesso, facendone un modello di eroismo, Diderot ne ha esaltato il carattere morale negli Essai sur le règne de Claude et de Néron, Opere, vol. III). Voleva essere un santo, ma in vetrina, esposto all’ammirazione e agli applausi di tutti. Un guazzabuglio, per dirla col Manzoni. Rimproverava il lusso, e possedeva cinquecento tripodi di cedro con i piedi d’avorio, biasimava gli adulatori, e di Nerone diceva che “poteva vantare una virtù che non aveva avuto alcun altro imperatore, cioè l’innocenza”, e che “oscurava persino i tempi di Augusto” (De clementia, I,1). Precettore e consigliere di Nerone pur in mezzo a tante nefandezze, a tante stragi, non lo abbandonò neppure dopo il matricidio di lui. (Tacito dice che accondiscese all’uccisione di Agrippina perché diversamente sarebbe morto Nerone.) Cassio Dione, che pure lo elogia, gli rimprovera quelle complicità. Il Cantù non gli perdona soprattutto di avere “vilmente oltraggiato morto colui che vilmente avea esaltato da vivo”, descrivendone la “metamorfosi in zucca” nell’Apokolokynthosis. “Bassezze”, commenta.

Certo i tempi e le circostanze non favorirono Seneca nell’attuazione dei suoi ideali, anzi lo contrastarono, sicchè sotto quel peso “cadde lo spirito anelo”, piegandosi ad un encomio servile. Video meliora proboque, deteriora sequor: “Conosco il meglio ed al peggio m’appiglio”, come traduce Foscolo, il quale, a questo proposito, osservava che “gli uomini sono perpetuamente e necessariamente dalla più forte sensazione; e che si opera il male presente ad onta delle ragioni poste innanzi dalla esperienza del passato e dalle previdenze del futuro pel solo motivo che le cose presenti fanno più forza all’animo nostro”.

Così fu Seneca, un saggio a cui, come dice il Paratore, “le paradossali contingenze della vita pratica tarparono le ali, spruzzandole di fango”. Ma da quel fango lo purgò, riscattandolo, il suicidio. Ecco, in sintesi, come Tacito descrive la sua morte: “Dopo aver ricevuto dal tribuno l’ordine dell’imperatore, senz’esitare chiese le tavolette per il testamento, e poiché queste gli vennero negate si rivolse agli amici, dicendo loro che gli lasciava l’unico bene che ancora possedeva, l’immagine della propria vita, quindi abbracciò la moglie, pregandola di frenare il dolore, e come lei dichiarò di voler morire con lui, nel timore che, sopravvivendogli, potesse essere esposta a qualche offesa, le disse: ”Io t’ho insegnato gli agi della vita e tu preferisci l’onore della morte: scegli come ti sembra meglio”. Dopodichè si ferirono entrambi con uno stesso stiletto. Seneca, il cui corpo vecchio e fiaccato dalla scarsità del vitto lasciava uscire il sangue troppo lentamente, si tagliò anche le vene delle gambe e delle ginocchia, e straziato da terribili dolori, per non affliggere con l’immagine della sua sofferenza l’animo della moglie, la fece trasportare in un’altra stanza, quindi, poiché il sangue gli usciva a stento, pregò Stazio Annèo di porgergli il veleno che già da molto tempo si era preparato, lo bevve, ma invano. Allora entrò in una vasca piena d’acqua calda: il vapore di questa lo uccise. Quanto alla moglie, Nerone, che non aveva motivo per odiarla e temeva che la sua morte potesse farlo apparire ancora più crudele, ordinò che venisse salvata” (Ann., XV, 62-64).

XVI. La vera felicità, dunque, risiede nella virtù, la quale ci consiglia di giudicare come bene solo ciò che deriva da lei e come male ciò che proviene invece dal suo contrario, la malvagità. Poi, di essere imperturbabili, sia di fronte al male che di fronte al bene, in modo da riprodurre in noi, per quanto è possibile, Dio. Quale premio per questa impresa la virtù ci promette privilegi immensi, simili a quelli divini: nessuna costrizione, nessun bisogno, libertà totale, assoluta, sicurezza, inviolabilità; non tenteremo nulla che non sia realizzabile, niente ci sarà impedito, né potrà accaderci alcunché che non sia conforme al nostro pensiero, niente di avverso, niente d’imprevisto né contro la nostra volontà. “Cosa?” mi dirai. “La virtù basta per essere felici?” E come potrebbe non bastare, quand’è perfetta e divina? Anzi, è più che sufficiente. Che può mancare, infatti, a chi si trova fuori da ogni desiderio? Non può venirgli nulla dall’esterno, quando ha già tutto dentro di sé. “Ma chi procede verso la virtù”, replicherai,” anche se ha fatto molta strada, dev’essere un po’ aiutato dalla fortuna, fintantoché si dibatte tra le vicende umane, sino a che non sciolga quel nodo e non infranga ogni legame mortale. Che differenza c’è, allora, fra costui e gli altri?” Che questi sono legati solidamente, strettamente, e anche con molti nodi, a quello, invece, che si è avviato verso una dimensione superiore, spingendosi più in alto, la catena s’è allentata: egli non è ancora libero, ma è come se lo fosse.




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